

(07/11/08) Dopo l’apertura nel maggio 2007, un anno di attività e più di 500 colloqui, lo sportello gratuito Migranti, realizzato dalle associazioni Ya Basta Bologna, Ya Basta Reggio Emilia e Rumori Sinistri di Rimini, è diventato un libro, dal titolo "Città Migranti. Un anno di attività allo Sportello Migranti di Bologna, Reggio Emilia e Rimini". Nato per aiutare i migranti (mai chiamati “immigrati” nel libro) e per fornire loro assistenza contro la discriminazione e informazioni su impiego e soggiorno, il libro, presentato mercoledì presso la sede di Ya Basta di Bologna, diventa ora un vero esempio di studio...>>>
Si compone di alcuni rilevamenti sui dati delle persone che si sono rivolti all’ufficio (genere, età, nazionalità, istruzione) e di dieci storie di cui gli sportelli sono stati testimoni in questo lasso di tempo. Ma non intende chiaramente fornire scala e dimensioni complessive del fenomeno, dato che può esclusivamente riferirsi alle persone che si sono avvicinate agli sportelli e non all’intera popolazione di stranieri. Sono piuttosto le storie e l’esperienza che se ne è ricavata il vero punto di forza, il punto di vista privilegiato che vale la pena di conoscere e diffondere. D’altronde, come tengono a ribadire, tutt’e tre le associazioni nascono da esperienze vissute nei centri sociali, per questo certamente “radicali” nel voler dare ascolto alle voci che provengono dalla "strada". Credono nella città “ibrido”, nel miscuglio di culture come la dimensione ideale per società e comunità cittadine equilibrate e complete.
Con gli sportelli si desiderava affiancare gli uffici pubblici con una voce più informale in grado di arricchirne e completarne l’operato. Inevitabilmente poi son divenuti destinatari di istanze più intime e delicate a causa dell’interazione continuativa con gli stranieri. L’attività degli sportelli è poi strettamente connessa con quella dei corsi di lingua gratuiti, gestiti principalmente da volontarie delle associazioni. Ed è spesso proprio dall’interazione con gli insegnanti che si diffonde la conoscenza degli sportelli ed emergono esigenze diverse dal permesso di soggiorno e dal bisogno di lavorare. Di qui il ruolo per le associazioni di interpreti dei bisogni “meno materiali”, come le aspettative e le delusioni, dei migranti, spesso donne e dotate di un’istruzione medio-alta (il 25% degli utenti sono laureati) e che ambiscono conseguentemente a mansioni diverse da quelle di badanti. Sono variabili difficilmente rappresentabili statisticamente, ma pure essenziali per comprendere il rapporto con le società d’accoglienza, come le nostre. Quindi importanti per noi “cittadini regolari”, innanzitutto, se non altro perché la pressione migratoria non può essere ridimensionata. Quindi per chi, di una o dell’altra parte politica, deve pur sempre valutare contraddizioni e difetti delle leggi in vigore, spesso anche di fronte alla buona fede con cui le si era pensate in origine.
Sullo sfondo, come noto, la legge Bossi-Fini del 2002 e il Decreto Flussi del 2007. La prima vincola il permesso di soggiorno alla disponibilità di un contratto di lavoro regolare, con il risultato paradossale di non ridurre gli accessi illegali, ma di lasciarli sommersi. La seconda stabilisce ogni anno quanti stranieri possono entrare in Italia per lavoro, ma con scarse modalità di regolarizzazione. Ma è piuttosto la riforma del 2006, che affida il rinnovo dei permessi alle Poste Italiane, a creare i disguidi maggiori. Alla scarsa preparazione dei funzionari postali, non formati per questi problemi, si somma la complessità e la lentezza di una grande macchina burocratica. I tempi si allungano a dismisura e dai pochi mesi di tempo necessari in precedenza si passa ai lunghissimi mesi che la maggior parte degli stranieri deve attendere per ottenere un visto, il più delle volte già scaduto o quasi. A questo si somma l’angoscia di non poter disporre di un documento vero, ma della famosa “ricevuta” che aggiunge un tocco di precarietà ulteriore ad esistenze già insicure nelle società di “accoglienza”. Infatti, negli uffici ASL e nelle varie amministrazioni locali per poter accettare le ricevute, derogando al permesso vero e proprio, è necessario attendere delle circolari ministeriali, spesso imprecise, che accertino per quali tra i servizi erogati sia possibile farlo, il che esclude fino a quel momento gli immigrati dall’usufruirne.
E i problemi riguardano anche due categorie “privilegiate”, come quella degli stranieri studenti e quella dei rifugiati politici. Per i primi, esiste un insieme di certificazioni piuttosto facili da reperire e sempre uguali, cosicché la procedura dovrebbe risultarne piuttosto semplificata e ridotta. Per i secondi, esiste un quadro normativo che ha fondamento nella Costituzione stessa e in svariate norme di diritto internazionale. Eppure, in nessuno dei due casi i migranti studenti o rifugiati dispongono di un trattamento differente da coloro che, pure per necessità, si introducono illegalmente nel nostro paese. Delicati poi i casi delle “conversioni”, dalla minore alla maggiore età (per cui per anni si usufruisce dello status del genitore immigrato regolare, fino a divenire improvvisamente “irregolari” al compimento del diciottesimo anno) e dallo status di studente a quello di lavoratore (per cui dopo anni di studio è necessario un periodo di transizione per la ricerca di impiego nel paese in cui comunque si sono pagate tasse, vitti e alloggio e si è faticato per l’integrazione).
Significativa a tal proposito la storia di Ivana, studentessa macedone a Bologna dal 2002 ed oggi volontaria dello sportello della città, dove svolge il prezioso ruolo di mediatrice con migranti provenienti dai Balcani, per ovvi motivi linguistici. Sottopose la propria richiesta di permesso “per motivi di studio” nel dicembre del 2006 e tutt’oggi non l’ha ancora ottenuta. E’ solo grazie all’attività informativa allo sportello e le conoscenze da questa derivate, che ha saputo rivolgersi direttamente alla Questura, ottenere un colloquio dopo 20 giorni ed accelerare la propria pratica per il visto… che comunque riceverà non prima del febbraio prossimo! Ma in quanti dispongono di queste conoscenze? E in quanti, studenti o rifugiati, se la sentono di presentarsi in Questura, preferendo invece trascorrere la propria vita “in silenzio”, anche se tra mille difficoltà?
Stefano Lodi