

(28/11/08) Il 1 dicembre è la Giornata mondiale dedicata alla lotta contro l’AIDS. Se in Italia il fenomeno appare in lieve calo, nel resto del mondo la situazione resta comunque allarmante. Programmi di prevenzione inadeguati, scarso accesso ai trattamenti sono tra le cause. In Italia invece il maggiore pericolo è rappresentato da chi sottovaluta la malattia, e alla fine la diffonde. >>>
Nel mondo- Secondo il rapporto Unaids e Oms dello scorso anno, 3,5 milioni di persone sono affette dal virus Hiv, 2,8 milioni sono morti nel 2006, ma soprattutto il tasso di infezione tende ad aumentare anche nei paesi dove sembrava essere stato ridotto. E’ il caso dell’Uganda che aveva registrato qualche successo negli scorsi anni e ora ha ancora un tasso molto alto di infezione; dell’Africa Sub-sahariana dove il virus continua a propagarsi e miete più del 60% di tutte le vittime; ma anche dei paesi dell’Europa orientale e dell’Asia Centrale dove si registra una crescita del 50% a partire dal 2004. Ciò è dovuto principalmente alla scarsità e inadeguatezza dei programmi di prevenzione: quando ci sono spesso non colpiscono il target giusto. In Europa Orientale i tossicodipendenti e le prostitute, la fascia più colpita dal rischio del contagio Hiv, non vengono raggiunti dai programmi di prevenzione; in Cambogia, India e Nepal le campagne non si rivolgono agli omosessuali (tra i quali il virus aumenta); e nell’Africa sub-sahariana sono le donne, ovvero quelle più colpite dal virus, a prendersi cura dei malati di Aids in una sorta di circolo vizioso.
E i casi di contagio diminuiscono invece laddove i programmi di prevenzione coprono adeguatamente il target: in Portogallo, Cina, Botswana, Burundi, Costa d’Avorio, Tanzania e altri paesi centro-africani.
Ma i programmi di prevenzione non bastano. Sempre secondo il rapporto di Unaids e Oms è necessario migliorare e ampliare l’accesso ai trattamenti antiretrovirali e fare in modo che il luogo di lavoro diventi il principale luogo di accesso alle terapie.
In Italia- E in Italia? In base ai dati del Ministero della salute, dopo il picco del 1995 che ha registrato 5.600 casi di malattia si è passati a 1.200 nel 2007 – decessi in calo da 4.581 ai 200 dell’anno scorso. Questo “successo” è dovuto soprattutto ai farmaci antiretrovirali che hanno permesso ai pazienti di convivere con la malattia. Ciò ha comportato un aumento delle persone che convivono con la malattia e, se da una parte sicuramente si tratta di un importante traguardo, dall’altra bisogna tener conto anche della conseguente maggiore possibilità di infezione. Ogni anno si registra infatti un incremento di 3.500/4.000 nuove infezioni.
Secondo i dati diffusi dal Centro operativo Aids (Coa) sui nuovi contagi, la figura del sieropositivo è cambiata nel corso degli anni: non si tratta più di un individuo socialmente emarginato, tossicodipendente e/o omosessuale, ma di una persona eterosessuale, adulta, benestante con vita di coppia regolare e con rapporti sessuali occasionali non protetti che non si sottopone al test poiché crede di non essere a rischio. I dati parlano chiaro: se nel 1997 i casi di AIDS tra tossicodipendenti erano il 58% oggi sono scesi al 27%, mentre i casi scoppiati a causa di contatti eterosessuali sono passati dal 15% al 43%. Pure l’età media delle persone colpite supera i 40 anni.
La non percezione del pericolo è quindi il dato più allarmante. Il credere di non essere a rischio comporta nuovi contagi e una sottostima del fenomeno. Non per niente, più del 50% delle persone scopre di essere sieropositiva solamente dopo molto tempo che la malattia è in corso, con meno possibilità di guarigione. Non solo: un altro dato che appare tristemente significativo è la crescita del numero di donne vittime inconsapevoli del proprio compagno.
Capire che l’AIDS può colpire chiunque e che si trasmette soprattutto attraverso rapporti sessuali occasionali è l’obiettivo che aveva portato avanti
Francesca Mezzadri
(fonte: Guida per l´informazione sociale, 2008, dati Ministero Salute)