

(13/10/08) Domenica 12 ottobre è stata la Giornata dedicata alle vittime sul lavoro. Promossa da Anmil (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro), la Giornata nazionale quest’anno è giunta ormai alla 58°edizione. Una sola data però forse non basta per ricordare il grave fenomeno che colpisce l’Italia e fa più vittime degli omicidi. >>>
Ogni giorno in Italia durante il lavoro muoiono 3 persone al giorno e 27 rimangono permanentemente invalidi. Spesso però l’attenzione dei media si concentra soprattutto sui casi di omicidio –anche se sono decisamente più rari visto che il numero di vittime per reati penali è solo la metà rispetto a quelli di chi muore a causa del proprio lavoro. Forse perché morire a causa del proprio lavoro sembra quasi assurdo, tragico, irreale. Invece i dati del rapporto Inail parlano chiaro: nell’anno 2007 sono morte 1.260 persone. E anche se si registra un lieve calo rispetto all’anno precedente (1.341 nel 2006) il numero di vittime è ancora molto alto. Il numero di infortuni è invece rimasto pressoché invariato: 913.500 contro i 928.158 del 2006.
I media e le morti bianche- Quasi un anno fa però, un gravissimo incidente ha scosso l’opinione pubblica, ricordando a tutti che morire di lavoro succede e anche spesso. Lo stabilimento della Thyssen-Krupp a Torino è bruciato e 7 operai sono morti al suo interno. Prima dell’incidente non era stata prestata sufficiente attenzione ai problemi di manutenzione anche perché lo stabilimento stesso era destinato alla dismissione. Dalle indagini svolte è emerso che le cause del rogo sono dovute a perdite d’olio di un impianto che, tra l’altro, avevano causato un incendio anche 5 anni prima. In questo caso è inutile dire quanto la pericolosità delle perdite d’olio sia stata sottovalutata sia dal datore di lavoro, che dai tecnici dell’Asl che avevano svolto regolarmente visite di ispezione, e il fatto di dover chiudere la fabbrica non è una valida scusante. Sono morte 7 persone.
I media si sono molto concentrati su questa tragedia. Gli altri operai dello stabilimento sono stati intervistati e sono apparsi nei vari programmi Tv in modo più o meno adeguato. I giornali ancora ne parlano e diversi documentari sono stati girati – il più recente quello di Mimmo Calopresti “La fabbrica dei tedeschi”. Tutta l’attenzione si è focalizzata soprattutto sulle persone rimaste uccise, sui familiari e sugli altri operai. Ed è giusto e importante pensare soprattutto alle vittime. Le cause del rogo rimangono però ignorate dai più, mentre sarebbe forse anche importante che tutti –datore e lavoratori- sappiano quali sono le norme di protezione e cosa devono fare per lavorare in un ambiente sicuro.
Cosa fare per lavorare in un ambiente sicuro- Secondo il rapporto il maggior numero di incidenti avviene nel settore dell’industria (827.000) e dell’agricoltura (57.300), e il settore a più alto rischio è quello della lavorazione dei metalli. Non sottovalutiamo però neanche il rischio che si corre a lavorare in ambienti malsani o a compiere quotidianamente sforzi. Dati risalenti a settembre 2008 denunciano una crescita del 7% delle malattie professionali in tutti i settori. Come nel resto dell’Europa, anche in Italia, infatti, sono in crescita le malattie musco-scheletriche (tendiniti, artrosi, etc..) che prevalgono su sordità ed ipoacusia. Sono infatti state inserite e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale il 21 luglio del 2008 nuove voci nelle tabelle della malattie professionali, considerando anche le malattie causate da esposizioni professionali a diversi agenti. Rimangono invece ancora sottostimate, per difficoltà stessa di riconoscimento, le malattie psichiche legate al lavoro.
E visto che le malattie aumentano, anche la sicurezza e la sorveglianza sanitaria dovrebbero procedere di pari passo. Non solo: è anche necessario che ci sia una comunicazione adeguata in modo che tutti gli interessati sappiano quali rischi corrono e cosa devono fare per prevenire e curare.
Pochi sanno ad esempio che è necessario denunciare i vari casi al sistema pubblico di raccolta elaborazione ed analisi dell’INAIL, cosa che avviene raramente, visto che queste malattie vengono piuttosto segnalate solo all’INPS tra l’altro all’insaputa stessa del lavoratore. Il datore spesso preferisce evitare la denuncia all’INAIL per non aumentare premi assicurativi o avviare indagini, ma in questo modo nega al lavoratore un adeguato indennizzo specie se la malattia è di lunga durata.
E´ necessario quindi creare un circuito culturale sulla prevenzione che, grazie anche al Web e ai moderni sistemi di comunicazione, possa coinvolgere tutti gli interessati. Diffondere una cultura della sicurezza che sensibilizzi e responsabilizzi tutti è il primo passo da fare per prevenire ciò che ormai può succedere tutti i giorni, a lavoro.
(Francesca Mezzadri)