

(18/02/09) Lunedì 16 febbraio a Bologna in via Zamboni si è tenuto l’incontro “Guardie e migranti storie di frontiera, diversità culturali e solidarietà”, organizzato dal Centro Studi Donati, con Gianpaolo Trevisi ex questore di Verona e Jean Leonard Touadi, giornalista e primo parlamentare italiano di origine congolese. Trevisi, poliziotto-scrittore ha presentato i suoi racconti "di frontiera" -storie di immigrati in Italia, mentre il deputato ha parlato di quanto l’irruzione dell’altro nella società italiana abbia sconvolto le nostre vite. E del perché continui a farlo. >>>
"Fogli di via"- L’incontro è stato moderato dal questore di Bologna Luigi Merolla che insieme a Gianpolo Trevisi, ha presentato il libro “Fogli di via- Racconti di un vice-questore” che descrive l’esperienza di Trevisi come vice-questore a Verona. “Non è semplice lavorare in un ufficio immigrazione e rilasciare fogli di via per il rimpatrio immediato” spiega subito Trevisi.
Chi può restare e chi no? Se molti sono fuggiti in Italia, l’hanno fatto perché nelle loro terre vivere è difficile e hanno sperato di poter andare in un luogo dove vivere è più semplice –l’immagine vincente del nostro paese che trasmettiamo nelle nostre televisioni li aiuta a crederlo, come sottolinea anche Touadi. E quando vengono qui, è difficile selezionarli e scegliere chi ha più bisogno di restare e chi meno. “Essere strabici” come suggerisce Trevisi, ovvero guardare da una parte le nostre esigenze ma anche quelle degli altri, entrare in relazione con chi parla, “può aiutare in questo difficile lavoro”. Non ci sono guardie cattive e migranti buoni, esistono buoni e cattivi ovunque, perché tutti siamo persone. Ma le guardie dovrebbero avere una sensibilità maggiore, una maggiore capacità di immedesimazione negli altri, un certo “strabismo”. E lo “strabismo” del vice-questore si coglie in tutti questi racconti –tra i quali “L’africa in un cassonetto” che ha vinto il premio “Narratori in divisa”. Racconti con un finale che è un po’un sogno di chi vorrebbe e si aspetta un futuro migliore per tutti. “Io credo sia possibile se si spera nelle future generazioni di migranti che possono fare da collante tra le diverse culture” conclude Trevisi –sempre però che una mano venga tesa in loro aiuto.
Le paure delle nostra società- D’altronde, come aggiunge anche il parlamentare,anch’esso scrittore e giornalista, Jean Leonard Toauadi, “gli immigrati, scappati dalla foresta nera della loro casa, ci parlano di noi, dei modelli di vita che abbiamo costruito” di questa suddivisione del mondo in poveri e benestanti. Immigrati siamo stati anche noi – e “L’Orda” di Gian Antonio Stella è un libro che ci ricorda qualcosa che forse abbiamo dimenticato- e ora, ai nostri tempi, ne abbiamo bisogno. Nelle nostre città, nei nostri campi, nelle nostre scuole: senza immigrati la nostra società non andrebbe avanti.
Touadi ricorda tre momenti che hanno segnato in Italia l’avvento della paura per l’altro: nel 1991 con l’arrivo dei primi immigrati albanesi e con la campagna elettorale che ha giocato sui timori della gente verso gli stranieri, l’11 settembre quando il crollo delle Torri in America è stato visto come una minaccia alla nostra identità culturale e religiosa –senza fare alcun tipo di distinzione tra religione fondamentaliste e moderate, e infine con il paradigma della sicurezza lanciato dal nostro governo, dove anche grazie ai media l’immigrato, lo straniero, è il nemico da sconfiggere in nome della sicurezza. Sicurezza: un termine, ben diverso da legalità, che secondo Touadi rimarca ancora di più una separazione tra Noi e Loro, rendendo "Loro" residenti senza diritti, non-persone. Sicurezza che troppi italiani confondono con insofferenza verso chi ha problemi, verso chi non si vorrebbe vedere –il barbone vestito male e sporco nei nostri giardinetti che non fa nulla, non è pericoloso, non mette a repentaglio le nostre vite, ma ma dà fastidio. I problemi sociali vengono così confusi con problemi di ordine pubblico e non vengono risolti. Non si sconfigge la povertà e la disperazione con le forze armate. “I media -aggiunge Touadi – dovrebbero fare un mea culpa perché contribuiscono solo alla costruzione sociale del nemico come straniero”.
Bisognerebbe invece raggiungere l’integrazione –o meglio l’incontro- grazie alla mediazione sociale. E fare tutto questo anche in nome di un diritto che in questi giorni è stato molto sbandierato –il diritto alla vita -vita di molte persone non diverse da noi.
(Francesca Mezzadri)