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Home > Primo Piano > 1.140 croci per ricordare

1.140 croci per ricordare

(12/10/09) 1.140 croci in legno su un prato verde, per ricordare le persone morte sul lavoro. Che nel 2008 in Italia raggiungono quel numero. Un numero spaventosamente alto soprattutto se teniamo conto del fatto che, al giorno d’oggi, nell’era della tecnologia digitale, evitare molte di quelle morti sarebbe stato possibile. E le croci sono lì, a ricordarlo. >>>

Le croci a Piacenza Le 1.140 croci, semplici, in legno, svettano sul prato verde, nel vallo delle mura di Piacenza. Un’iniziativa promossa da Anmil per celebrare la 59° Giornata nazionale per le vittime sul lavoro: le croci sono state piantate da un centinaio di volontari e resteranno lì fino al 30 novembre. Le vedono gli automobilisti che passano sulla strada sovrastante, le vedono i pedoni che passeggiano sul marciapiede di fianco, le vedono i ciclisti. Si vedono ora, quando ormai è troppo tardi per salvare le vite che rappresentano, ma non così tardi per ricordare a tutti che tragedie simili, e così inutili, si sarebbero potute evitare. Secondo il 2° rapporto del 2008 Anmil (Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi sul lavoro) le statistiche indicano chiaramente che è possibile fare di più per la sicurezza sul lavoro, specialmente con i mezzi che oggi abbiamo. Basta a dimostrarlo solo il fatto che in 10 anni in tutta l’Unione europea gli incidenti mortali sul lavoro sono diminuiti in media di quasi del 30%, mentre nel nostro paese solo del 25%. In paesi come la Germania la diminuzione è del 48% e nella stessa Spagna del 33%. Un confronto impari, e la situazione peggiora considerando che comunque l’Italia, tra i fondatori dell’Ue, è sotto la media europea.
Una diminuzione più netta si registra nell’ambito degli infortuni non mortali sul lavoro, ma anche qui bisogna tener comunque conto degli incidenti non denunciati che, secondo le stime dell’INAIL siano circa 200.000, una cifra quindi altissima.

Perché?
Siamo ancora così sottosviluppati da non riuscire a garantire conduzioni di lavoro sicure e dignitose ai nostri lavoratori?   L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica ha portato il problema in primo piano, e la gente fa presto ad indignarsi. Poi però, quando non succede nulla, cala il silenzio. Qualcuno sa che fine hanno fatto i titolari della Thyssen, l’acciaieria tedesca dove 7 operai avevano perso la vita in un rogo il 6 dicembre del 2007 ? Sono ancora sotto processo.
I tempi della giustizia sono lunghi, lunghissimi e spesso alla fine le sanzioni non sono adeguate.
In provincia di Cosenza sono appena state chiuse le indagini per omicidio colposo e inquinamento ambientale a carico dell’azienda tessile Marlane. 40 morti di cancro e altri 60 malati. Pare che la fabbrica, un unico ambiente senza muri dove la tintoria non era separata dagli altri reparti, esalasse al suo interno vapori tossici. I coloranti venivano toccati con mano da chi ci lavorava, non esistevano aspiratori funzionanti, e in più al di fuori venivano seppelliti rifiuti tossici. La “busta di latte per disintossicarsi” data alla fine della giornata agli operai, evidentemente non bastava. Colpe plateali, prove schiaccianti. Il primo dei procedimenti contro la fabbrica è stato aperto nel 1999. 10 anni fa. Eppure solo il 30 settembre 2009, qualche giorno fa, l’inchiesta è finita.
Nel frattempo la fabbrica è stata chiusa 5 anni fa. Ma le morti sembrano risalire alla fine degli anni ’70. Chissà quante sono in realtà le vittime.

I tempi non aiutano. E le sanzioni? Qualcuno, alla fine, dopo l’indignazione, sa che cosa succede ai titolari di queste fabbriche? Spesso infatti passa così tanto tempo che molti reati rimangono impuniti, oppure l’indulto scagiona i responsabili, ma ormai l’opinione pubblica è lontana da quei fatti, li ricorda sì, ma lascia nelle mani di una giustizia lenta e burocratizzata l’esito dei fatti. E poi non si ricorda più.
Stesso discorso per quanto riguarda le leggi sulla sicurezza del lavoro. A quanto pare in realtà le leggi esistono, ma non vengono applicate a sufficienza, nei tempi e nei modi adeguati. Nonostante la legge 123/07 sulla sicurezza sia entrata in vigore ormai da mesi, non tutte le aziende ancora la applicano, ansiose di risparmiare in epoca di crisi , forse rassicurate dalla finta credenza che tanto “alla fine non succede nulla”.
Quindi, oltre ad indignarsi, giustamente, per quello che accade nel momento in cui accade, è giusto fare altro. Le aziende devono impegnarsi da subito a garantire sicurezza ai loro lavoratori. Basta con il lavoro in nero che mette in pericolo la vita di chi è disposto per necessità ad accettarlo. Lo Stato deve garantire più prevenzione e controllo. Sanzioni adeguate e apparati giudiziari che assicurino la velocità dei processi e delle sanzioni –come in Spagna dove esiste un procuratore speciale per gli incidenti sul lavoro. E noi dobbiamo continuare a ricordare con queste iniziative, che non bisogna dimenticarsi. Non è vero che “alla fine non succede nulla”. 

Francesca Mezzadri

Il sito dell´Anmil:
http://www.anmil.it/

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