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Home > Primo Piano > Mutilazioni genitali femminili: perché e come combatterle

Mutilazioni genitali femminili: perché e come combatterle

(26/01/10) Infibulazioni: perché vengono ancora praticate? Quali sono le motivazioni che spingono alcune donne ad accettare e anzi incoraggiare questo tipo di pratica sulle figlie? E come fare per combattere il fenomeno? Se n’è discusso lunedì 25 gennaio, durante l’incontro “Donne migranti e tutela della salute” organizzato dalla Biblioteca dell’Assemblea legislativa per presentare il libro di Federica Botti sulle manipolazioni del corpo femminile. >>>

foto di donna africana Perché la mutilazione genitale femminile- Mutilare gli organi genitali femminili, asportandone alcune parti: un’usanza atroce agli occhi della nostra società, che però viene praticata in alcuni paesi africani e islamici e sostenuta da molte donne e uomini musulmani, residenti anche in Italia.
Ma perché? Giovanni Cimbalo, professore di diritto ecclesiastico all’Università di Bologna, precisa che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la natura di tale comportamento non è da ricercare nella religione islamica. La mutilazione femminile era in uso nell’antico Egitto, quando i corpi venivano mummificati per “preservarli”.

No, non è il Corano che detta questa legge, bensì è una pratica che nasce come strumento identitario, di aggregazione di comunità. Non per niente si tratta di mutilazioni differenti da paese a paese, diffuse sia in Africa che in Asia – soprattutto in Indonesia. E’ una “falsa tradizione” che unisce un popolo con una credenza forte che altrimenti rischierebbe la dispersione.

La mutilazione e la società occidentale- Come spiega Federica Botti, professoressa all’Università di Bologna e autrice del libro “Manipolazioni del corpo e mutilazioni genitali femminili” queste false-tradizioni sono riconosciute soprattutto da religioni che tendono a svalutare la donna e il suo ruolo.
Anche per questo nelle nostre società, al giorno d’oggi, non posso essere accettate e come tali vengono punite. In modo repressivo in Italia, con la legge 7 del 2006. E in Gran Bretagna con il cultural defense – che punisce in modo meno grave il reato dettato da culture differenti.

E’ giusto punire chi commette questo tipo di reato, ma sicuramente prima è necessario scardinare la motivazione – culturale- che ne sta all’origine. Motivazione che – sottolinea nuovamente anche la professoressa - cambia da paese a paese ma è sempre un modo per manifestare la propria sottomissione all’uomo. Una sottomissione non poi così sconosciuta anche nel nostro mondo occidentale –se è vero che negli USA è tutt’oggi frequente la chirurgia estetica per “abbellire” i propri organi genitali femminili e fino agli anni ’70 veniva praticata la scissione clitoridea. Una sottomissione che anche in alcuni paesi italiani non è poi così estranea.

Cosa fare contro le mutilazioni-
 E quindi, come ci si deve comportare nei confronti di tale fenomeno? Cosa devono fare le pubbliche amministrazioni, il terzo settore, la sanità? Sicuramente la strada giusta è quella del divieto che però deve essere accompagnato da un’accurata campagna di prevenzione. Silvana Borsari, direttore del distretto sanitario di Modena rileva che il fenomeno nella regione Emilia-Romagna ha iniziato a presentarsi dal 1996. Dopo aver quantificato i casi e soprattutto riconosciuto il problema, i professionisti sanitari hanno iniziato a muoversi in questa direzione di tutela della salute. Grazie all’accesso ai servizi sanitari, i pap-test che sono aumentati, i contatti con le donne immigrate sono diventati occasioni più frequenti di controllo. E poi i consultori e gli spazi dedicati agli adolescenti sono diventati negli anni spazi sempre più utili per coinvolgere le nuove generazioni di immigrati e lavorare sulla percezione del loro corpo.

Anche Andrea Facchini responsabile dell’area sviluppo di interventi di accoglienza e integrazione regionale, tende a sottolineare come in questo senso sia utile creare una rete, anche nel terzo settore, che permetta alle donne immigrate di confrontarsi, dare loro voce. Il progetto “Intrecci” che raccoglie una sessantina di associazioni femminili di donne migranti è un esperimento in questo senso. Perché è solo attraverso il confronto e la discussione che si potrà attuare un’efficace e utile campagna di prevenzione – diversa dalla voce unilaterale e illusoriamente “superiore” della repressione.

Francesca Mezzadri


Per saperne di più:
"Manipolazioni del corpo e mutilazioni genitali femminili"
di Federica Botti
Bononia Press

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