

(08/04/11) Davanti alla tragedia che si è verificata mercoledì 6 aprile al largo di Lampedusa, dove un barcone proveniente dalla Libia si è ribaltato senza lasciare scampo a più di 250 tra donne, uomini e bambini, è difficile rimanere lucidi ed impassibili. E’ difficile non farsi qualche domanda. >>>
“Barconi sono affondati nel Mediterraneo, persone sono annegate senza che di esse si conosca il nome […]; sono stati cancellati dal mare come se non fossero mai esistiti, sepolti senza un nome. Di molti, nessuno forse saprà nemmeno che sono morti; ad essi è stato tolto anche il minimo di una dignità, il nome, segno di un unico e irripetibile individuo” scrive Claudio Magris sul Corriere della Sera del 7 maggio. Come non essere d’accordo?
Dopo essere stati presi di sorpresa davanti alle insurrezioni popolari in nord-Africa e dopo essersi divisi di fronte alla necessità o meno della creazione di una no fly zone in Libia, gli Stati membri dell’Unione europea sembrano non trovare nient’altro di meglio da fare che litigare sulla gestione dei flussi migratori provenienti dal sud del Mediterraneo.
Sarebbe semplicemente anacronistico sostenere che le conseguenze di ciò che sta accadendo nei paesi del Maghreb riguardino solo i paesi più vicini da un punto di vista geografico e non l’intera Unione europea; così come risulta sterile ed infantile da parte dei paesi europei dell’area mediterranea, ricorrere allo scarica barile e alle polemiche reciproche per coprire la propria incapacità di affrontare una situazione di emergenza umanitaria annunciata.
Così mentre Francia e Italia continuano a litigare sul “chi debba fare cosa” dimenticando gli stessi principi di uguaglianza, libertà e fratellanza su cui si fondano le rispettive repubbliche e democrazie, nel Mediterraneo navi colme di uomini e donne in fuga dalla guerra, da condizioni disagiate o semplicemente in cerca di una vita migliore, di una possibilità nella “terra dei diritti e della democrazia” - come ama definirsi e auto-proclamarsi l’Unione europea oggi - continuano a salpare ed approdare ogni giorno.
Le polemiche di questi giorni, sia a livello interno che a livello europeo, su come dover gestire l’emergenza umanitaria e i flussi migratori è direttamente collegata ad un’altra tematica che gli Stati membri, almeno fino ad oggi, si sono rifiutati di affrontare in maniera seria e trasparente: la politica comune europea per quanto riguarda il diritto d’asilo e l’immigrazione.
Una questione la cui soluzione sta diventando sempre più problematica e lontana da un vero dibattito a causa dell’affermazione di partiti xenofobi ed anti-europei in molti paesi membri.
L´anno prossimo l´Unione dovrebbe sostituire le condizioni di base in vigore nei diversi paesi membri con un dispositivo legislativo comune e vincolante.
In quest’ottica i Paesi Bassi hanno recentemente chiesto di inasprire i criteri di concessione dell’asilo politico, proponendo che i profughi debbano provare l´impossibilità di essere al sicuro in un´altra regione del loro paese d´origine. Una condizione ovviamente impossibile da soddisfare da parte di chi è in fuga da situazioni di guerra o persecuzione.
Fortunatamente il Commissario europeo per gli Affari Interni Cecilia Malmström ha escluso che la proposta olandese possa essere presa in considerazione.
La necessità di avere regole comuni in materia di asilo ed immigrazione si sta manifestando in tutta la sua evidenza in questi giorni nell’attualità italiana. I paesi dell’Unione europea possiedono frontiere comuni con il resto del mondo, frontiere che non coincidono più con i confini nazionali e che quindi non possono essere gestite dai singoli paesi membri.
Le persone autorizzate ad entrare in Estonia, piuttosto che Grecia o Portogallo possono tranquillamente circolare in tutti gli altri Stati dell’Unione. Tutti i paesi si trovano quindi influenzati dalla concezione che gli altri Stati membri hanno riguardo la politica d´asilo e d’immigrazione.
Questo ci dovrebbe far capire quanto siano false e vuote le parole di chi promette politiche di contrasto all’immigrazione a “tolleranza zero” e quanto sia invece importante sforzarsi di condurre un dibattito serio che porti a delle regole comuni e condivise a livello europeo.
L’art. 21 par. 1 del Trattato sull’Unione Europea presente nel nuovo Trattato di Lisbona recita:
L´azione dell´Unione sulla scena internazionale si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l´allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
Mai come oggi ai governi ed ai cittadini dell’Unione Europea è richiesto di attenersi con coerenza ai principi democratici, di solidarietà ed ai Trattati che si sono impegnati a rispettare e di cui si dichiarano fieramente portatori. Devono farlo per la propria credibilità internazionale, per il proprio futuro e per ridare un “nome”e una dignità alle vittime di Lampedusa.
Alessio Vaccaro