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Home > Primo Piano > Chernobyl: la vita dopo la catastrofe

Chernobyl: la vita dopo la catastrofe

(22/02/08) Tutti siamo a conoscenza della tragedia di Chernobyl del 1986. Ora però è sceso il silenzio anche se l’esplosione della centrale nucleare continua a fare danni “Noi siamo l’aria non la terra” documentario girato da Antonio Martino ci mostra la vita attuale della gente che vive nelle regioni contaminate dalla catastrofe di Chernobyl. >>>
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copertina del documentario La situazione nelle regioni della zona di Chernobyl- Dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nell’aprile del 1986, la situazione nelle zone contaminate si è aggravata. I piani iniziali sul ristabilimento della popolazione hanno funzionato solo in parte a causa dell’ampio raggio di contaminazione che ha colpito più di due milioni di abitanti nelle regioni di Gomel e Mogilev, della mancanza di risorse finanziarie (la situazione economica nel paese rimane difficile) e la scelta di un gran numero di persone -soprattutto i più vecchi e gli abitanti dei villaggi- di restare nelle loro case o tornare dopo il riassestamento.
Il sistema di protezione sociale della popolazione che invece vive nella così chiamata zona di Chernobyl è gradualmente stato smantellato. Il territorio ufficialmente riconosciuto come zona contaminata diminuisce, così sempre meno persone hanno diritto alla protezione sociale. Inoltre il governo si è rifiutato di fornire la previdenza sociale sul territorio visto che si trattava di una spesa troppo modesta per essere realmente utile, preferendo invece destinare i soldi alla costruzione di un ospedale specializzato. Certo, non si discute l’importanza della costruzione di ospedali, ma anche la previdenza sociale sarebbe importante per cittadini.
E’ difficile stimare il danno alla salute della gente. La Bielorussia è il paese del mondo che riveste il triste primato del cancro alla tiroide ed è stato registrato un incremento del 40% di casi di cancro dopo la catastrofe di Chernobyl.
La gente continua a vivere nelle aree altamente contaminate, ma il governo invece di concentrare i suoi sforzi per lo spostamento della gente, spedisce studenti universitari a lavorare lì giustificando questa misura con la scusa che la popolazione locale necessita di maggiori servizi qualitativi –salute, educazione etc..

Il documentario- Il documentario sulla regione di Gomel girato da Antonio Martino non era tra i suoi obiettivi. All’inizio il viaggio in Bielorussia era solo un’avventura che però si è conclusa nel documentario che ci ha mostrato la tragica realtà. Il regista ha affrontato un sacco di difficoltà non solo per la mancanza di assistenza tecnica e finanziaria, ma anche per la scelta della popolazione locale di non parlare. I bielorussi soffrono molto per le conseguenze del disastro ecologico dell’ultimo secolo e per il regime dittatoriale che, di fatto, ha soppresso la libertà di parola.
Nascondendo lo stato reale delle cose, le autorità cercano di evitare di mostrare agli altri la spiacevole verità. Nonostante ciò il documentario è stato girato e pure selezionato per partecipare a vari festival nazionali e internazionali.
Il film ci mostra triste immagini della vita di persone normali che hanno a che fare tutti i giorni con gli effetti delle radiazioni. Sono tutti coscienti del pericolo esistente, ma sperano nel meglio. Possiamo vedere nei loro occhi la disperazione che spesso trova una via di fuga nell’alcol. Non a caso il più grande desiderio dei bambini dell’orfanotrofio intervistati nel documentario è la “vodka”.
Nonostante i numerosi ostacoli posti sul suo cammino, il regista è riuscito a girare il documentario che ci mostra il suo punto di vista sulla realtà bielorussa post-Chernobyl. E’ stato difficile girare il film, così come difficile è guardarlo. E non possiamo dimenticare neanche quanto difficili sono le conseguenze di una catastrofe ambientale.

(Halina Sapeha)

Per avere maggiori informazioni sul documentario visita:
http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendID=267142610

 

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