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Home > Primo Piano > La discriminazione di genere nel mercato del lavoro

La discriminazione di genere nel mercato del lavoro

(16/07/08) Dalle statistiche diffuse dall’Ocse nel Factbook 2008 emerge che in Italia solo il 46% delle donne in età lavorativa ha un'occupazione: una delle percentuali più basse sia tra i paesi europei che fra quelli Ocse (superiore solo al Messico ed alla Turchia). Questo dato è dovuto non solo alla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma anche a pratiche discriminatorie. E se la progressiva liberalizzazione dell'economia può contribuire a ridurle, una rigorosa legislazione è strumento irrinunciabile. >>>

In ufficio Qualche dato- Nonostante tra il 1994 ed il 2005 siano state almeno 1,5 milioni le donne entrate nel mercato del lavoro (contro i 625 mila della componente maschile) l’Italia, in materia, presenta ancora una condizione molto grave, facendo registrare differenze sensibili rispetto sia ai dati europei che a quelli dei paesi Ocse. I dati dell’Ocse mostrano come il tasso di occupazione femminile in Italia sia del 46% contro il 69,9% di quello maschile, mentre a livello europeo le stime parlano di un dato occupazionale delle donne pari al 57,4% mentre quello degli uomini si attesta al 72,9%. Guardando alle rilevazioni relative alla disoccupazione la situazione non migliora. Il tasso di disoccupazione delle donne in Italia è del 10,1% a dispetto di quello maschile pari al 6,2%, mentre in Europa corrisponde al 9% per le donne ed al 7% per gli uomini.

Le cause- La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia è dovuta principalmente a fattori ben noti quali la scarsa disponibilità di asili nido, di strutture di supporto alle famiglie, l’insufficienza delle detrazioni fiscali a favore delle coppie multi-reddito, ma anche e soprattutto alle aspettative di occupazione e di retribuzione troppo penalizzanti. Da ciò deriva lo scoraggiamento che porta alcuni ad uscire dal mercato del lavoro ed a rientrare nella categoria delle cosiddette persone inattive. Non meraviglia, dunque, l’ampio divario che si registra tra il nostro paese e l’Unione Europea proprio sul tasso di inattività. Sempre secondo i dati relativi al capitolo “occupazione” dell’Ocse Factbook 2008, in Europa il tasso medio, in rapporto al numero totale delle donne in età lavorativa, è pari al 36,8% mentre in Italia esso balza al 49,6%. Concentrato soprattutto in alcune regioni del mezzogiorno il numero delle donne inattive aumenta sensibilmente in rapporto all’aumentare dell’età (tra i 35 ed i 64 anni).
Come già sottolineato le opportunità di lavoro per le donne tendono ad essere meno attraenti rispetto a quelle degli uomini così come il fatto che le donne, pur a parità di qualificazione, tendono ad essere pagate molto meno dei loro colleghi maschi. Tale aspetto non può essere spiegato solo con il campo di specializzazione professionale prescelto dalle donne che tenderebbero a concentrarsi in settori a più bassa produttività e più soggetti a fluttuazione della domanda con conseguente prevalenza dei contratti a tempo determinato. Gli studi empirici dell’Ocse hanno infatti dimostrato come, sia negli avanzamenti professionali che nelle assunzioni, sussistano ancora pratiche discriminatorie spiegabili come diversità di trattamento dovute unicamente all’appartenenza di genere.

Possibili soluzioni- Una legislazione che tenda a scoraggiare pratiche discriminatorie, affidando a sanzioni punitive il compito di deterrenza circa l’adozione di comportamenti di questo genere, sarebbe fortemente auspicabile. Attualmente infatti, previsioni regolamentari orientate in tal senso o non risultano essere efficacemente applicate oppure hanno l’effetto opposto, cioè, scoraggiare chi dovrebbe effettuare denuncia. La repressione della discriminazione è affidata, infatti, ad un approccio legale dipendente unicamente dalla volontà delle vittime di sporgere querela. Il principio guida è quello dello “spostamento dell’onere della prova”, vale a dire che il querelante deve dimostrare l’esistenza di una diversità di trattamento dovuta a discriminazione mentre il datore di lavoro, corrispondentemente, deve provare che tale trattamento non è il risultato di una pratica discriminatoria. Contrariamente ad altri paesi, nessuna protezione speciale è accordata nei confronti dei testimoni, per esempio colleghi, contro possibili ritorsioni del datore di lavoro. Tutto ciò spiega come sia complicato non solo sporgere denuncia, ma anche identificare pratiche discriminatorie.
La situazione è diversa in altri paesi. Per esempio in Australia, Canada, Stati Uniti e Norvegia non soltanto i testimoni in sede giudiziale vengono adeguatamente tutelati nelle fasi successive al processo, ma autorità indipendenti svolgono vere e proprie indagini sul tema delle disparità di trattamento con un sistema di repressione della discriminazione che può comportare, nei confronti dell’impresa riconosciuta colpevole, non soltanto il risarcimento finanziario spettante alla parte lesa, ma può prevedere anche una pena relativa all’esclusione da certi tipi di contratti pubblici. Una norma simile nell’ordinamento italiano esiste già da diversi anni, ma finora purtroppo non è mai stata applicata. Inoltre vi è da sottolineare anche il fatto che in Italia i cittadini non sono particolarmente informati sulla legislazione vigente in materia. Quindi, non solo sarebbe necessario applicare una legislazione più severa ed efficace in merito, ma anche promuovere campagne di informazione mirate per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Conseguenze della discriminazione- Infine, dai risultati di un’ulteriore ricerca pubblicata sempre dall’Ocse nel 2008 che mette in relazione la liberalizzazione dei mercati di beni servizi di 21 paesi tra il 1975 ed il 2003, con le disparità di occupazione e salario tra uomini e donne, si rileva come la discriminazione basata su pregiudizi da parte del datore di lavoro associata ad una maggiore concorrenza, che riduce già di per sé i margini di profitto delle imprese, creerebbe non solo una maggiore perdita di quote di mercato, ma anche, nei casi più gravi, il rischio di fuoriuscita più rapida dell’impresa stessa dal mercato. La conclusione, quindi, è presto detta: discriminare non soltanto è moralmente inaccettabile ma è anche economicamente non conveniente.


(Carlo Diana)

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