

(25/03/08) Verso la fine del mese scorso a Bologna si è discusso del caso di Carla, lavoratrice alla Mantencoop, che aveva avuto il coraggio di denunciare un collega che l’aveva molestata e minacciata. Nonostante l’uomo sia stato condannato per tentata violenza sessuale e violenza privata e recluso con la condizionale per un anno e mezzo, la storia per Carla non è ancora finita visto che i suoi colleghi maschi hanno iniziato a minacciarla e importunarla. >>>
English page
Si è parlato proprio di esperienze di mobbing simili durante il convegno tenutosi a Bologna nella Residenza degli studi Superiori dalla professoressa Judy Haiven dell’Università canadese Saint Mary, stimata ricercatrice nel campo dei diritti umani e autrice di numerose pubblicazioni tra le quali “Zero Tolleranza. Funziona in un ambiente sindacalizzato?” (Haiven, “Zero Tolerance- Can it work in a unionized environment?”, Labour/Le travail, 58, Fall 2006, 169-202).
Al giorno d’oggi le donne lavorano in campi considerati precedentemente di dominio maschile. Da una parte questo garantisce loro migliori prospettive di impiego e stipendi più alti. D’altro canto però esse si trovano spesso a fronteggiare episodi di discriminazione messi in atto dai colleghi maschi con l’intento di stremarle e convincerle così a lasciare il lavoro, considerato unicamente “maschile”. Parallelamente alla crescita di lavoro delle donne, è cresciuto anche il numero di molestie sessuali. Molestie che possono essere offerte di avanzamento di carriera o di promozione da parte del superiore in cambio di favori sessuali, ma che comprendono anche le cosiddette “sexual disapprobation” -definite così dalla professoressa Judy Haiven- ovvero il continuo disturbo o le intimidazioni da parte dei colleghi maschi che, anche se non riguardano direttamente le prospettive di lavoro della donna, rendono il luogo di lavoro un ambiente ostile e spesso opprimente.
Tolleranza zero-Molti impiegati in Canada, e come abbiamo appunto visto nel caso di Carla a Bologna, hanno deciso di applicare una politica di tolleranza zero. Tolleranza zero significa provvedimenti immediati già dalla prima molestia, con lettera di avvertimento e dimissioni immediate –anche se generalmente dai superiori viene usata unicamente la lettera onde evitare perdite finanziarie e di reputazione. In un ambiente sindacalizzato questa politica si scontra però con i sindacati che sono obbligati a proteggere gli interessi dei loro membri in caso siano accusati di scarsa disciplina o congedo. Facendo così, tuttavia, i sindacati abbandonano altre vittime, membri come gli altri dei sindacati: ovvero le donne vittime che denunciano le molestie.
In Italia e in Canada-Di solito, in Italia non viene supportata una politica di tolleranza zero. Spesso se il molestatore si dimostra pentito, può riprendere il medesimo posto di lavoro. In altri casi più gravi, sono previsti provvedimenti più seri, anche se, e il recente caso di Bologna lo dimostra, il licenziamento del molestatore e il verdetto della corte non sono un sicuro e immediato rimedio.
La decisione da prendere in questi casi rimbalza a un arbitro giudiziale.
In Canada sono gli arbitri che si occupano delle vittime garantendo non solo un risarcimento, ma anche condizioni sicure nell’ambiente di lavoro, ad esempio: sospendendo l’uomo dal lavoro per un certo periodo, facendo in modo che il sindacato o lo stesso molestatore paghino terapie adeguate per il recupero dell’equilibrio psico-fisico della donna, facendo in seguito lavorare il molestatore in un luogo diverso da quello della vittima etc..
Inoltre gli arbitri fanno molta attenzione a vedere se, all’interno delle aziende, sono previsti per gli impiegati corsi di formazione in materia di molestie sessuali. La presenza o meno di tali corsi è importante poiché stabilisce il grado di responsabilità dei singoli dipendenti, anche se è ovvio che pur non avendo seguito corsi specifici, qualsiasi persona dovrebbe rendersi conto di fare qualcosa di sbagliato. Nonostante ciò, la consapevolezza che la molestia sessuale è una grave offesa non sempre è così scontata e la colpevolezza di chi ha commesso tale molestia non dovrebbe mai essere sminuita.
Doppiamente vittime- Si può concludere affermando che sia dirigenti che sindacati, in Italia e Canada, non hanno molto a cuore gli interessi delle donne vittime di molestie sul luogo di lavoro. I superiori cercano di sbarazzarsi degli accusati cercando di proteggere i loro interessi finanziari senza preoccuparsi dei problemi che le donne possono avere all’interno del luogo di lavoro e delle reazioni nei loro confronti degli altri colleghi dopo che il fatto è divenuto pubblico.
I sindacati stanno quasi sempre dalla parte degli uomini, proteggendo unicamente i loro interessi come se fossero loro le vittime, ignorando completamente le donne nonostante siano anche anch’esse membri dei sindacati.
E’ necessario dare un chiaro segnale ai potenziali molestatori, insistendo sul fatto che le molestie sessuali sono illegali e come tali devono essere punite, ma anche alle potenziali vittime garantendo loro protezione non solo dalle molestie, ma anche dalle discriminazioni delle quali sono spesso vittime dopo la loro brutta esperienza.
(Halina Sapeha)
Per saperne di più sul lavoro di Judy Haiven