

(07/02/08) Tre paesi, tre storie diverse. Ciò che accomuna i documentari di “Trilogia dell’est” realizzati dal regista Antonio Martino sono l’entroterra dell’est europeo che descrivono, e la miseria che sprigionano queste terre crudamente vivisezionate da una semplice telecamera palmare. >>>
Ed è il rapporto uomo-ambiente che Martino ci vuole presentare, l’adattamento delle persone in ambienti ostili, difficili, dannosi. Le strade e le case abbandonate della regione di Gomel, le fogne e i canali malsani della Stazione Nord, le grigie distese della città serba si riflettono nei volti dei loro abitanti disillusi, dei bambini così piccoli ma così grandi, dei malati consapevoli e sfiduciati. La telecamera palmare scorre senza sosta tra lo squallore delle abitazioni e la gente che parla e illustra con sorprendente lucidità la propria disperata situazione.
I tre documentari, presentati mercoledì 6 febbraio al Circolo Arci Sesto Senso di Bologna, sono stati realizzati rispettivamente nel 2005, 2006 e 2007 e sono stati girati a zero budget. Il primo “Noi siamo l’aria, non la terra” ha ricevuto la menzione speciale dell’International Environfestival di Dubai del 2005, mentre “Pancevo-mrtav grad” è stato premiato come Best Documentary al Corto Imola Festival del 2007, e ha pure ricevuto una menzione al Cineambiente film festival di Torino dello stesso anno.
Ma è forse “Gara de Nord- Copii pe strada”, girato in Romania nel 2006, il documentario più conosciuto che è stato anche venduto a Raitre e Rai news
E’ invece stato un caso la visita in Bielorussia e la scoperta di una regione ancora devastata dai problemi nucleari, anni fa all’indice dell’agenda dei media, oggi completamente trascurati. Come gli effetti dei bombardamenti Nato a Pancevo, fatto sconosciuto anche allo stesso regista che avrebbe voluto girare un documentario sull’uranio impoverito e, che invece, grazie al racconto di una ragazza serba, si è trovato a raccontare una storia diversa.
“Trilogia dell’est” apre una finestra su realtà dure, impensabili, realtà che non conosciamo e che non vorremmo conoscere. Ma così vicine a noi da non poter essere ancora ignorate.
(Francesca Mezzadri)